PLX4720: la cura universale per i tumori?

Abbiamo notato comparire su siti affidabilissimi come “Piovegovernoladro” una notizia apparentemente sensazionale:

“Addio chemio, ci pensa il PLX4720 a curare il cancro”.

Non è la prima volta che se ne parla, ne aveva parlato “Bufale un tanto al chilo” il 6/11/2014 (qui) e addirittura l’AIRC (qui). Come potrete aver intuito dal fatto che ne abbia parlato Butac e dalle prime due parole del titolo, “Addio chemio”, le cose probabilmente non stanno proprio così.

Lo stesso titolo è fuorviante, perché leggendo l’articolo si apprende che uno dei due meccanismi d’azione della molecola consisterebbe nel favorire la formazione di vasi sanguigni (angiogenesi) all’interno del tumore in modo da far arrivare ad esso più sangue e, con questo, quantità maggiori di farmaci chemioterapici, consentendo di somministrare al paziente quantità minori di farmaco poiché maggiore sarebbe la percentuale di esso che raggiungerebbe il tumore. Dunque è scorretto dare un addio alla chemioterapia. Si potrebbe, invece, dire che si potrebbero utilizzare dosi inferiori di chemioterapici riuscendo a ridurre gli effetti collaterali. Tutto questo se fosse vero che esista un farmaco con questo meccanismo d’azione.
Se notate, però, l’articolo dell’AIRC risale al novembre 2011. Da allora pare non siano disponibili notizie più recenti su questa molecola. Potremmo essere, dunque, di fronte ad una bella speranza, cui ha creduto anche l’AIRC, ma che purtroppo, per ora almeno, non ha ancora visto la luce. Gli studi potrebbero essere ancora in corso o si sono rallentati o sono stati interrotti per qualche motivo. A sostegno delle ultime due ipotesi ci viene incontro il nome di questa fantomatica molecola miracolosa. Questa molecola, infatti, non ha un “vero nome”, ma una sigla alfanumerica. Queste sigle vengono assegnate ai farmaci quando si trovano nelle fasi precoci della ricerca, quelle precliniche, ossia le sperimentazioni a computer (in silico), su cellule (in vitro) e su animali (in vivo) che precedono quelle su volontari umani (cliniche). Durante gli studi clinici, quando un farmaco comincia ad avere buone probabilità di successo e di accesso al mercato, si assegna anche un nome di fantasia costituito da una parola. Ad esempio, è divenuta famosa la sigla alfanumerica che identificava la pillola abortiva durante gli studi preclinici, RU486, forse addirittura più famosa del nome che ha ricevuto quel principio attivo con gli studi clinici e la commercializzazione, mifepristone.

Ma allora è tutta una bufala? Come mai l’articolo dice che il farmaco è stato approvato negli Stati Uniti?
In realtà qualcosa di vero (e di buono), fortunatamente c’è.

PLX4720 e Vemurafenib
PLX4720 e Vemurafenib (PLX4032) a confronto

Il PLX4720, almeno per ora, non è arrivato a diventare una vera opportunità terapeutica ma ce l’ha fatta un suo “cugino” (i chimici farmaceutici direbbero “un fenilvinilogo”) , un farmaco molto simile a lui, il PLX4032, che differisce dal PLX4720 solo per quella porzione evidenziata in rosso (anello benzenico) e che ha preso il nome di Vemurafenib (nome commerciale Zelibroaf).
Ovviamente non è la panacea di tutti i tumori, come questa scorretta informazione vorrebbe far credere. Né si trovano riferimenti alla capacità di favorire l’angiogenesi. Però è vero, come si dice anche su quei siti che non riportano correttamente l’informazione, che il vemurafenib colpisca soltanto le cellule tumorali. È certamente una buona notizia ma non è il primo farmaco ad avere questa caratteristica. Dagli anni ’90, se non prima, si sta studiando questo nuovo approccio ai tumori, la cosiddetta “Targeted cancer therapy“, terapia mirata del tumore e i primi farmaci sono disponibili dal 1997 (Rituximab, nome commerciale Mabthera, primo anticorpo monoclonale, contro i linfomi non Hodgkin) e dal 2001 (Imatinib, nome commerciale Glivec, primo inibitore di chinasi, contro la leucemia mieloide cronica). Anziché colpire aspecificamente tutte le cellule che si riproducono frequentemente (quelle tumorali, ma anche le cellule delle mucose, del sistema immunitario o quelle che danno origine ai capelli) come fanno i chemioterapici classici (ed è il motivo per cui si osservano pesanti effetti collaterali), si cercano di colpire specifici bersagli presenti principalmente, se non esclusivamente, nei tumori. Questi farmaci dunque, avendo bersagli molto specifici, sono efficaci per un solo tipo specifico di tumore o, al massimo, per pochi tumori simili, non sono, come dicevamo, panacee di tutti i mali.
Anche Vemurafenib, come il capostipite Imatinib,  è un inibitore di chinasi, li riconoscete dalla desinenza “-nib”. Il suo nome deriva da “V600E mutated BRAF inhibition”. Il farmaco, infatti, è efficace contro i melanomi dovuti ad una mutazione della chinasi B-Raf in cui l’amminoacido valina (V) in posizione 600 è sostituito da un acido glutammico (E). Dunque il farmaco si può utilizzare solo nei melanomi che portano quella mutazione, non in altri tumori ed è anche controindicato nei melanomi che non portano tale mutazione.
Questo difetto, presente nel 60% circa dei melanomi, porta la chinasi B-Raf ad essere attiva anche in assenza degli opportuni stimoli e a promuovere la crescita incontrollata delle cellule tumorali. Vemurafenib interrompe questo processo bloccando l’attività della proteina mutata.
In conclusione, diffidate di chi vi vuole far credere a cure universali, soprattutto in campo oncologico poiché i tumori sono dovuti a numerosi tipi di mutazioni e anche tumori nello stesso organo, di due pazienti diversi, possono essere dovuti a diverse mutazioni. È, quindi, improbabile che un solo farmaco sia in grado di curarli entrambi, come è altamente improbabile che un solo farmaco curi “il cancro”, ossia tutti i tumori.

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3 thoughts on “PLX4720: la cura universale per i tumori?

  1. QUINDI A CHE SERVE SPENDERE TANTI MILIARDI PER LA RICERCA PERCHE’ E’ CHIARO CHE UNA CURA PER IL CANCRO NON CI SARA’ MAI NEMMENO TRA 1000 ANNI! QUINDI RASSEGNAMOCI A SOFFRIRE E MORIRE, PECCATO CHE NEL FRATTEMPO LE MULTINAZIONALI FARMACEUTICHE GONFIANO I LORO BILANCI DI SOLDI SULLA PELLE DI POVERI MALATI. CHE SCHIFO!

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  2. Non è assolutamente vero che aumenta i vasi sanguigni tumorali cosa che peraltro è semmai antagonizzata il più possibile da ALTRI farmaci biologici (bevacuzumab ecc), dare vasi sanguigni a una neoplasia è come dare benzina al fuoco. Il funzionamento è che inibisce una protein chinasi quindi uno di quei fattori che regola la riproduzione e l’attività della cellula tumorale, senza grossi effetti collaterali sulle cellule sane.

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