La medicina in mezzo al nulla: il caso di Leonid Rogozov.

Cosa succede quando a un giovane medico in spedizione in Antartide viene un’appendicite? E cosa succede se lui è l’unico medico del gruppo di 6 persone e fuori dal rifugio ci sono -60 gradi e nessuna anima viva nel raggio di chilometri?

Era il 26 Aprile 1961, base Novolazarevskaya in Antartide. Leonid Rogozov, il giovane medico della base, si sente male. Ha nausea, malessere e debolezza. Poi un dolore nella parte bassa destra dell’addome. Fare la diagnosi è semplice: appendicite.
Scrive sul suo diario

“Sembra che mi sia beccato un’appendicite. Mantengo la calma, provo anche a riderci su. Perchè spaventare i miei compagni? Chi potrebbe essere d’aiuto? L’unico contatto tra un esploratore antartico e la medicina sarà stato probabilmente sulla sedia del dentista…”

Fuori infuria una tempesta di neve e nessun soccorso può arrivare via aereo. Nella base ci sono medicinali, antibiotici e qualche strumento per il pronto soccorso. Leonid decide di prendere qualche antinfiammatorio e degli antibiotici, ma la situazione non migliora.
Il 30 Aprile, Leonid prende la fatidica decisione: deve operarsi da solo.
Scrive

“Non ho dormito per nulla stanotte. Un dolore tremendo! Una tempesta di neve che mi ha lacerato l’anima ululando come centinaia di sciacalli. Non mi sembra ci siano sintomi imminenti di perforazione ma avverto un forte presentimento…succederà…devo pensare all’unica cosa possibile da fare: operarmi da solo…è quasi impossibile …ma non posso abbandonarmi del tutto.”

Ormai gli altri componenti della missione hanno capito la gravità della situazione, Leonid sta sempre peggio, trema e soffre per il dolore. Il giovane medico comunica agli altri la sua decisione, non può aspettare oltre, e inizia a dare direttive sulla sterilizzazione del materiale in autoclave. La stanza viene sgombrata e pulita per quanto possibile. Viene composta l’equipe “medica”: un meccanico (Teplinsky), un meteorologo (Artemer) e il direttore di base (Gerbovich). Nessuno di loro ha esperienza medica, figuriamoci l’esperienza per fare un’operazione chirurgica!
Chi effettuerà l’operazione vera e propria sarà lo stesso Leonid. E’ l’unico che sa cosa fare. Istruisce gli altri sui medicinali da usare nel caso perdesse coscienza, poi inizia a disinfettare il sito di incisione e le mani degli operatori. Poi si posiziona sul letto, leggermente inclinato a sinistra e con la schiena non del tutto sdraiata. L’equipe avrebbe passato gli strumenti e tenuto uno specchio per permettere a Leonid di operarsi da solo. Prima dell’intervento Leonid decide di togliersi i guanti, in questo modo avrà più sensibilità nelle dita durante l’operazione.

Alle 2 di notte inizia l’intervento chirurgico.
Leonid, dopo aver iniettato un anestetico locale nell’addome, incide un taglio di circa 10/12 cm. Ogni dieci minuti la stanchezza e la nausea prendevano il sopravvento ed il medico si fermava un attimo. L’operazione durò circa 45 minuti, intensissimi, dove ci fu addirittura un errore (un’incisione dell’intestino, ma riparata).
Uno dei ragazzi scrive sul diario di Leonid

“Quando Rogozov fece l’incisione e manipolava le sue viscere, appena rimossa l’appendice l’intestino cominciò a gorgogliare e questo fu molto impressionante per noi; venne voglia di andare via, scappare, evitare di guardare ma mi sono controllato e sono rimasto. Artemev e Teplinsky tennero anch’essi il loro posto anche se dopo voltarono la testa per non guardare, tutti e due ebbero delle vertigini e furono vicini allo svenimento…Rogozov era invece calmo e concentrato, ma gli scendeva il sudore giù per il viso e spesso chiedeva a Teplinsky di asciugargli la fronte… L’operazione finì alle 4 di mattina. Alla fine Rogozov era molto pallido e naturalmente stanco ma finì tutto perfettamente.”

Due settimane dopo Leonid Rogozov era in perfetta forma.

“Ho scelto una posizione semiseduta. Spiegai a Teplinsky come tenere lo specchio. Il mio povero assistente! Alla fine dell’intervento ho guardato verso di lui: era lì con il suo camice bianco e la sua faccia era più bianca del camice. Mi sono pure spaventato. Ma quando ho preso l’ago con l’anestetico e mi sono fatto la prima iniezione, in qualche modo sono entrato automaticamente nella “versione chirurgo” e da quel momento non mi sono accorto di nient’altro. Ho lavorato senza guanti, era difficile vedere bene. Lo specchio aiuta ma confonde, dopotutto mostra le cose al contrario, così ho lavorato molto con le mani. Il sanguinamento era copioso ma ho preso il tempo che mi serviva, ho provato a lavorare in sicurezza. Aprendo il peritoneo ho lacerato una parte dell’intestino ed ho dovuto ripararla. Improvvisamente un lampo ha attraversato la mia mente: potrebbero esserci altre lacerazioni qui ed io nemmeno me ne accorgerei…stavo diventando sempre più debole ed il mio cuore cominciava a cedere. Ogni 4-5 minuti mi fermavo per 20-25 secondi. Finalmente eccola, la maledetta appendice! Con orrore mi accorsi della zona scura alla sua base, voleva dire che un altro giorno sarebbe significato la morte per me…
Nel momento peggiore, quando rimossi l’appendice, realizzai: il mio cuore ebbe un sussulto e rallentò. Bene, poteva finire tutto molto peggio ed è stato evitato togliendo l’appendice.
E quando capii tutto ciò, proprio in quel momento, ebbi salva la vita.”

Un quarto partecipante all’operazione, venne chiamato per fare queste foto.

 

Rogozov intento ad operarsi.
Rogozov intento ad operarsi.
Rogozovchir1
Qui si può vedere lo specchio posizionato in modo da facilitare la visione del campo operatorio.

[SA]

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